<<Per sapere occorre immaginare>>, lo scrisse Georges Didi-Huberman all'inizio del suo dettagliato percorso d'analisi delle 5 fotografie di Auschwitz - e forse fare un'opera su un evento altrettanto tragico come i fatti della scuola Diaz, che ha messo sotto gli occhi di tutti uno dei più potenti attacchi allo stato di diritto del nostro tempo, sarebbe dovuta nascere all'insegna di questo imperativo.
Il film di Daniele Vicari, invece, sfida con sfrontatezza questa massima. La combatte dall'interno sul piano della forma, opponendo alla mancanza di un'iconografia di quel massacro una dettagliata ricostruzione basata su un'attenta ricognizione delle carte processuali. Il montaggio sorretto da una potente istanza narrativa struttura e inanella le immagini rendendole confacenti a quanto scritto e, nello stesso tempo, le allontana paradossalmente lontane dall'esser percepite come reali. Tali immagini funzionano infatti similmente alle immagini televisive che ci hanno raccontato la Genova del 2001, così forti e cruenti da alimentare nello spettatore un sentimento di incredulità. In altre parole la mancanza di immagini "reali" colmata con lo strumento di un racconto che crea immagini cliniche di quell'evento, spinge l'opera di Vicari nel solco di una profonda, quanto insanabile ambiguità, poichè se da un lato l'opera ambisce a documentare i fatti, dall'altro proprio la volontà di saturare il piano del visibile, consegna l'opera al piano della finzione. E' così che l'immagine ammutolisce, che blocca ogni dinamismo, la sua energetica.
"Diaz" sfida dunque quel principio - che il cinema contemporaneo che documenta il tragico sta perseguendo - di preservazione, dirò un'invisibilità etica, di quel vuoto d'immagini che deve restare tale e che solo una forte mediazione estetica sarebbe in grado di rendere saliente, di fare di quell'immagine-sempre-mancante, una traccia a partire da cui qualcosa appare, da cui qualcosa che non può essere mostrato puntualmente, nonostante tutto, appare.
di Antonietta Petrelli dal Fatti al cubo

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